venerdì 25 giugno 2010

Ascolta la canna

Ascolta la canna, come racconta e come si lagna della separazione…
Chi è dunque la canna? Colui che dice ad ogni istante:
Io non sono che un’onda nel mare della Preesistenza.
Dell’esistenza mia, come canna mi sono svuotato,
E d’altri, all’infuori di Dio non ho notizia.
Uscito fuori di me stesso e fisso in Dio,
la veste dell’esistenza mia ho lacerato d’un tratto.
Ero inquieto e la quiete mi venne da Dio;
ora esterno soltanto ciò che Dio mi ha ispirato.
A quel labbro confidente mi sono identificato,
e al labbro mio non porto se non ciò che Quello ha profferito.
Nella mia voce trova espressione la parola di Dio,
sia Corano, siano Salmi o Vangelo.
Al suono del mio strumento danzano la sfera celeste e le stelle,
agli angeli viene dalla mia voce la lode.
Di quanto è caduto lontano per sorte malvagia
sono io che dò notizia ad alte grida,
e a chi è seduto tra le fila degli Intimi
a quello mormoro basso segreti all’orecchio.
Ora esprimo l’afflizione del distacco dell’Amico,
e ai disperati imprimo nell’anima il marchio;
ora porto la buona novella dell’Intimità e dell’Unione,
e son io che ben cento trasporti concedo ai beati.
Sono quello che spiega la Via delle leggi,
e sono quello che le verità rende chiare.
Quanto v’è in me di saggezza da effondere in versi od in prosa
altro non è che la mia bella melodia,
e di questa mia dolce vivificante armonia
il Masnavî in sei volumi è una voce.
Però serve occasione propizia e lunga vita
perchè io parli più a lungo del mio stato,
e non potendo giungere al fine di questo mio dire,
io del silenzio il sigillo alla bocca mi premo.

Rumi

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Ascolta il ney

Ascolta il ney , com’esso narra la sua storia,
com’esso triste lamenta la separazione:
Da quando mi strapparono dal canneto,
ha fatto piangere uomini e donne il mio dolce suono!
Un cuore voglio, un cuore dilaniato dal distacco dall’Amico,
che possa spiegargli la passione del desiderio d’Amore;
Perché chiunque rimanga lungi dall’Origine sua,
sempre ricerca il tempo in cui vi era unito.
Io in ogni assemblea ho pianto le mie note gementi
compagno sempre degli infelici e dei felici.
E tutti si illusero, ahimè, d’essermi amici,
e nessuno cercò nel mio cuore il segreto più profondo.
Eppure il segreto mio non è lontano, no, dal mio gemito:
sono gli occhi e gli orecchi che quella Luce non hanno!
Non è velato il corpo dall’anima, non è velata l’anima dal corpo:
pure l’anima a nessuno è permesso di vederla.
Fuoco è questo grido del ney, non vento;
e chi non l’ha, questo fuoco, ben merita di dissolversi in nulla!
E’il fuoco d’Amore ch’è caduto nel ney,
è il fervore d’Amore che ha invaso il vino (mey ).
Il ney è compagno fedele di chi fu strappato a un Amico;
ancora ci straziano il cuore le sue melodie.
Chi vide mai come il ney contravveleno e veleno?
Chi come il ney mai vide un confidente e un’amante?
Il ney ci narra d’un sentiero tutto rosso di sangue,
ci racconta le storie dell’amor di Majnun:
Solo a chi è fuori dai sensi questo senso ascoso è confidato
la lingua non ha altri clienti che l’orecchio.
Nel dolore, importuni ci furono i giorni,
i giorni presero per mano tormenti di fuoco;
Se i nostri giorni passarono, dì: Non li temo!
Ma Tu, Tu non passare via da Noi, Tu che sei di tutti il più puro!
Ma lo stato di chi è maturo nessun acerbo comprende;
breve sia dunque il mio dire. Addio!

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ney-nāmè, il libro del flauto


La parola persiana نى (ney) significa prima di tutto ‘canna’ e, di qui, ‘flauto’, ‘piffero’. Ecco perché è normale, per un persiano, che, all’inizio del Masnawī di Rūmī, la canna separata dal canneto che si lamenta della sua separazione produca un suono che è definito ‘dolce’.
Ma il persiano نى (ney) è anche una negazione ‘no’ e, vocalizzato nay-, ‘non’, come in نيانداخت (nay-andākht) ‘non gettò’: da qui una proliferazione del senso che si riflette in una pluralità di interpretazioni, tutte plausibili, attraverso le quali è stato possibile leggere e decifrare il ‘racconto di canna e del suo lamento’.

Dal libro Poesia dell’Islam, a cura di G. Scarcia (Sellerio, Palermo, 2004) vorrei qui trascrivere, a più riprese, la traduzione italiana di G. Scarcia e B. Scarcia Amoretti del ney-nāmè ( نى نامه), il ‘libro del flauto’, o ‘della canna’ (un’ezafè, per chi segue anche la sezione Lingua), il multiforme commento di Jāmī ai primi due versi del Masnawī di Rūmī.
“Valgano le parti in prosa quale annotazione ‘autentica’ dell’Autore stesso ai propri versi”.

Il libro del flauto

Amore altro non è che separazione, e noi non siamo che canna;
senza di noi non esiste amore un attimo solo, e noi senza amore non siamo;
canna, che di continuo si adorna di canto,
in verità se ne adorna per sospiro di separazione.

Ecco alcune righe, ora in prosa ora in versi, che vorrebbero chiarire in onestà di intenti e in forma esplicita e aperta il significato di canna e di racconto del suo lamento, espressioni che si trovano all’inizio del Masnawī di Mawlawī (detto ma‘nawī in quanto svela misteri essenziali), e sulle quali non ha brillato per taluni il raggio della comprensione.
Tu ne hai fatto omaggio alla maestà di chi si è distinto per grazie celesti e posizione eccelsa; e a mo’ di offerta lo hai elevato alla corte di chi si è innalzato per doti umane e per sante virtù.

Colui che, quando prendo a tesserne le lodi,
lascia interdetta la favella e muto l’intelletto.
Chi mai potrebbe tal nobile tema
Adornare con veste di voce e di parola?
A me non resta che affidare tale intento
alle cure di quella mente chiara,
sì che per sua virtù, nobiltà e sentimento,
oggetto di lode ei divenga tra gli Arabi e i Persiani.
Se il saggio non canta la lode del sole,
luce che splende è lode adatta al sole;
se all’elogio del muschio non s’apre il respiro,
basta al muschio chi loda il profumo del muschio;
e quando qualcuno non ha bisogno di lode,
la brevità è superiore al panegirico.

Faccia gioire Dio Altissimo i devoti della Sua nobile Corte per tutta l’Eternità, e ai custodi della Sua Soglia sublime conceda il godimento di incontrarLo.

La formica ha recato una zampa di locusta:
fa’ cosa degna di Salomone, augusto signore;
accetta da lei questo misero dono,
liberala da imbarazzo e paura!
Vergognoso e confuso di tale ardimento,
perdono a te chiede per questo suo gesto meschino.

La canna ben rappresenta coloro che hanno raggiunto l’Unione, e che nella perfezione si sono fatti perfetti: coloro che si sono allontanati da se stessi e dalla natura transeunte, e sono pervenuti alla Realtà persistente. Li rappresenta nel nome, perché questa parola viene usata talora a negare, ed anche essi si sono fatti negatori dell’esistenza accidentale e sono tornati all’Inesistenza originaria; li rappresenta poi nell’essenza, poiché come la canna si è svuotata di sé, e ogni nota e melodia, che ad essa aderisce, in verità non dalla canna proviene bensì da chi la possiede, così quella nobile accolta si è svuotata interamente di se stessa, e tutto ciò che la riguarda, siano azioni, costumi, qualità o virtù, viene da Dio (sia lode a Lui) che in loro si è manifestato: nel che essi non hanno che posizione di oggetto, ricettacolo di Manifestazione. Questo dice Mawlawī con il verso iniziale del suo Masnawī, volendo intendere coloro che si sono trasferiti in Dio e che in Lui permangono.

Ascolta la canna, come racconta,
e come si lagna della separazione…

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