domenica 18 luglio 2010

Fatima, la filatrice e la tenda

C'era una volta una giovane donna di nome Fatima che viveva in una città dell'Estremo Oriente. Era figlia di un ricco filatore. Un giorno suo padre le disse: "Vieni, figlia mia, partiamo per un viaggio: ho degli affari da trattare nelle isole del Mare Centrale. Forse troverai qualche bei giovanotto di buona famiglia da sposare".
Partirono e viaggiarono di isola in isola: il padre curava i suoi affari, mentre Fatima sognava il suo futuro marito. Un giorno, però, mentre veleggiavano verso Creta, si alzò una tempesta e la nave naufragò, Fatima si ritrovò svenuta su una spiaggia, non lontano da Alessandria; suo padre era morto e lei era rimasta completamente priva di tutto.
Della sua vita passata non le rimaneva che un vago ricordo, perché l'esperienza del naufragio e la sua permanenza in acqua l'avevano completamente spossata.
Mentre stava vagando sulla spiaggia, incontrò una famiglia di tessitori. Era gente povera, ma la condussero a casa loro e le insegnarono i rudimenti del mestiere. Così, Fatima iniziò una seconda vita e nel giro di un anno o due si sentì felice e riconciliata con la sua sorte. Un giorno, però, mentre stava passeggiando sulla spiaggia, sbarcarono dei trafficanti di schiavi e la portarono via assieme ad altre giovani prigioniere.
Benché si lamentasse molto della sua sorte, Fatima non suscitò alcuna compassione nei mercanti, che la portarono a Istanbul per venderla come schiava.
Il suo universo era crollato per la seconda volta. Ora, in quel giorno c'erano solo pochi compratori al mercato, tra cui un uomo che cercava degli schiavi per il suo cantiere di alberi per navi. Vedendo la tristezza della povera Fatima, decise di comprarla, pensando di essere perlomeno in grado di offrirle una vita migliore di quella che avrebbe indubbia mente avuto con un altro padrone.
Condusse Fatima a casa sua con l'intenzione di darla a sua moglie come domestica. Ma quando arrivò a casa, scoprì di aver perso tutti i suoi averi in un carico che i pirati avevano depredato. Non poteva quindi permettersi più di avere degli operai; di conseguenza, Fatima, lui e sua moglie rimasero soli a lavorare duramente alla costruzione degli alberi.
Piena di riconoscenza per il suo salvatore, Fatima lavorò così tanto e così bene che egli decise di affrancarla. Lei divenne la sua fidata collaboratrice e in quella terza situazione di vita conobbe una relativa felicità.
Un giorno le disse: "Fatima, voglio che tu vada a Giava, come mio agente, con un carico di alberi. Fa' in modo di vendere tutto con profitto". Fatima partì, ma mentre la nave si trovava al largo della costa cinese, si imbatté in un tifone e naufragò. Fatima si ritrovò ancora una volta buttata sulla spiaggia di una terra straniera. Di nuovo pianse amaramente al pensiero che nella vita nulla si svolgeva secondo le sue aspettative. Ogni volta che le cose sembravano andare bene, succedeva qualcosa che distruggeva tutte le sue speranze.
Per la terza volta gridò: "Come mai ogni volta che cerco di fare qualcosa finisce male? Perché sono sempre perseguitata dalla sfortuna?", ma non ottenne risposta. Si rialzò e si diresse verso l'interno. Ora, in Cina nessuno aveva mai sentito parlare di Fatima e delle sue disgrazie, ma esisteva una leggenda secondo la quale un giorno sarebbe arrivata una straniera che sarebbe stata in grado di costruire una tenda per l'imperatore, e dato che nessuno sapeva ancora costruire una tenda, tutti aspettavano col più vivo interesse la realizzazione di quella profezia.
Per essere sicuri di non perdere l'arrivo della straniera, gli imperatori che si erano succeduti sul trono avevano preso l'abitudine di inviare, una volta all'anno, degli araldi in tutte le città e i villaggi della Cina per chiedere che tutte le donne straniere fossero condotte a corte.
Fu precisamente lo stesso giorno in cui l'araldo era venuto a proclamare la volontà reale, che Fatima entrò sconvolta in una città della costa cinese. La gente le parlò con l'aiuto di un interprete e le spiegò che doveva recarsi subito dall'imperatore.
'"Signora", disse l'imperatore, quando Fatima fu introdotta, "sapete fabbricare una tenda?". "Penso di sì", rispose Fatima.
Chiese di avere delle corde, ma non ce n'erano. Allora si ricordò del tempo in cui era stata filatrice. Raccolse del lino, con il quale fece delle corde. Poi chiese un telo resistente, ma i cinesi non ne avevano del tipo che le serviva. Attingendo all'esperienza maturata presso i tessitori di Alessandria, si mise a tessere un telo da tenda. Aveva inoltre bisogno di pali per tenda, ma in Cina non ce n'erano. Fatima si ricordò allora di ciò che aveva imparato dal costruttore di alberi di Istanbul, e fabbricò abilmente dei solidi pali per tenda. Quando furono pronti, frugò nella sua memoria per ricordarsi di tutte le tende che aveva visto durante i suoi viaggi: e fu così che una tenda venne alla luce.
Quando questa meraviglia fu presentata all'imperatore, egli si offrì di esaudire qualsiasi desiderio Fatima volesse esprimere. Fatima scelse di stabilirsi in Cina, dove sposò un bei principe e visse felice, circondata dai suoi figli, fino alla fine dei suoi giorni.
Fu grazie a tutte quelle avventure che Fatima capì finalmente che ciò che al momento le era sembrata una spiacevole esperienza, aveva invece giocato un ruolo essenziale nell'edificazione della sua felicità definitiva.

* * *

Questa storia è ben conosciuta nel folclore greco, dove abbondano ancora oggi i dervisci e le loro leggende. Questa versione è attribuita allo sceicco Mohammed Jamaludin di Adrianopoli, che fondò l'Ordine ]amalia (l'Ordine della 'Bellevw') e che morì nel 1750.

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lunedì 28 giugno 2010

Non lasciare il Ricordo (dhikr) per il fatto che non hai presenza in esso, di di Shaykh Isma'il

Dice Sidi Ibn ‘Atā Allah Al-Iskandarī: «Non lasciare il Ricordo per il fatto che in esso non hai presenza con Allah: il tuo esser dimentico del Suo Ricordo è cosa ben peggiore del tuo esser dimentico ‘nel’ Suo Ricordo. Infatti, può ben darsi che Egli ti elevi dal Ricordo con la dimenticanza, al Ricordo con l’esser desto; e dal Ricordo con l’esser desto al Ricordo con la presenza; e dal Ricordo con la Presenza al Ricordo con il sottrarsi a ciò che è altro che il Ricordato. E questo non è certo difficile per Allah».
I gradi del Ricordo (dhikr) sono tre: Ricordo della lingua; Ricordo del cuore; Ricordo del segreto. I gradi del cammino si differenziano sulla base della differenza tra i livelli del Ricordo.
Coloro che sono all’inizio della Via ricordano con la lingua.
Coloro che sono in mezzo al cammino ricordano nel cuore.
Coloro che sono al termine della Via, ricordano nel segreto.
Il motivo di questa suddivisione in tre gradi sta nella grazia contenuta nelle parole dell’Altissimo «Iddio non imporrà a nessun’anima pesi più gravi di quel che possa portare. Quel che si sarà guadagnata sarà a suo vantaggio e quel che si sarà guadagnata sarà a suo svantaggio» (Cor. II, 286). Coloro che sono all’inizio della Via possono ‘sopportare’ solamente il Ricordo con la lingua, perché non sono in grado di reggere il Ricordo del cuore, mentre la ‘gente della Via’ ricorda nel cuore perché non è in grado di reggere il Ricordo nello spirito e nel segreto.
Dunque, come dicevamo coloro che sono all’inizio della Via ricordano con la lingua. [Rivolgendosi implicitamente a loro,] il sapiente sufi Ibn ‘Atā Allah Al-Iskandarī dice: «Non lasciare il Ricordo per il fatto che in esso non hai presenza con Allah». In queste parole v’è un incoraggiamento a chi è all’inizio della Via, a che rimanga legato al Ricordo anche quando, mentre ricorda, non è presente in Lui. E infatti prosegue dicendo: «Può ben darsi che Egli ti elevi dal Ricordo con la dimenticanza, al Ricordo con l’esser desto».
In considerazione comunque del fatto che la radice (asl) di questi tre gradi è il Ricordo con la lingua, il nostro Maestro, Al-Madānī, dice: «Quando l’adepto (murīd) è agli inizi, sulle prime il Ricordo è accompagnato dalla dimenticanza; dopo di che la benedizione del Ricordo penetra dalla lingua al cuore, ed egli inizia a ricordare nella Presenza. Ecco allora che il Ricordo penetra dal cuore al segreto, ed egli inizia a ricordare nel segreto». Infatti, all’inizio l’adepto non riesce a ricordare con la Presenza. Conseguentemente, egli ha il compito di aumentare la quantità del Ricordo nel Nome, smettendo di pensare se si trovi o meno nella Presenza: Aumenta la quantità del dhikr, e non darti pensiero! Così come non preoccuparti se riesci o meno a raffigurare le lettere [che compongono il Nome Allah], e a precisarle (tashīs). Dunque, dà buone radici al Ricordo, così che Allah ti conceda la grazia si modificare il tuo stato transitorio (hal), dal Ricordo accompagnato da dimenticanza al Ricordo con la Presenza, e tu stessi ti trasformi, passando dalla stazione spirituale (maqām) della fede, a quella della certezza.
Molti fratelli si lamentano del fatto che quando fanno il dhikr manca la Presenza con il Ricordato. Noi diciamo: il Ricordo è un mezzo, non un fine. Per i devoti invece, il dhikr è un fine. Essi è come se avessero un certo rito da compiere (wird): una volta avendolo compiuto, la cosa per loro è conclusa, e questo perché il loro fine è la ‘ricompensa’. Ora, non v’è dubbio che a tutti coloro che ‘ricordano’ spetti una ricompensa. Tuttavia, i Sufi non si fermano a questo: per loro il dhikr è un mezzo per altre cose.
Dice l’Altissimo: «O voi che credete: invocate Iddio, invocateLo molto» (Cor. XXXIII, 41). Così, da colui che è all’inizio della Via si richiede che faccia ‘molto’ dhikr con la lingua: nella sua condizione tale Ricordo è un mezzo, mentre il fine è arrivare al Ricordo del cuore, e il fatto di fare ‘molto’ dhikr si riferisce in effetti ad una ‘quantità’ indefinita, ed è per questo che Allah, sia gloria a Lui, non fissa alcun limite (di tempo, di luogo o di condizione) alla quantità del dhikr. Dev’essere un Ricordo ‘incondizionato’ nel numero, così che colui che lo esegue non dica “Sono arrivato al numero prefissato”. Ogni numero infatti ha un altro numero che lo supera. In questo modo, chi ricorda si vede inevitabilmente mancante, e si mette al lavoro di buona lena, cercando la quantità. La quantità inoltre non viene limitata da un qualche luogo, o numero, o definizione, o tempo, e questo affinché l’iniziato non possa dire “Non posso fare il dhikr in questa tale condizione”. E ancora, non v’è limitazione di condizione, così che il murīd non dica “Non ho Presenza: perché allora dovrei fare dhikr?”, arrivando così a lasciare il Ricordo.
Ora, il Ricordo con la Presenza non è cosa facile, e necessita molto dhikr. Dice l’Altissimo: «Invoca dunque il Nome del Signore e votati a Lui devoto, il Signore dell’Oriente e dell’Occidente, non v’è altro dio che Lui: Lui scegli tu a patrono! E paziente sopporta quel che dicono e allontanati da costoro dignitoso» (Cor. LXXIII, 8-10). Il Ricordo e la Presenza sono grazie divine, e non dipendono dall’opera; così, l’uomo non è assolutamente in grado di arrivare con l’opera, e ciò che lo fa arrivare è il favore di Allah. […] Per questo sono necessari il Ricordo, l’orientamento (tawaggiuh), l’allontanare i pensieri disturbanti (khawātir), smettendo di darsi pensiero per la precisazione [delle lettere]. Il murīd non deve trattenersi dal Ricordo per la difficoltà a precisare.
[Dice dunque Ibn ‘Atā Allah]: «Non lasciare il Ricordo per il fatto che in esso non hai presenza con Allah: il tuo esser dimentico del Suo Ricordo è cosa ben peggiore del tuo esser dimentico ‘nel’ Suo Ricordo. Infatti, può ben darsi che Egli ti elevi dal Ricordo con la dimenticanza, al Ricordo con l’esser desto». Quello che si richiede dunque è perseverare a lungo nel Ricordo, così da facilitare la ‘precisazione’. Sì, magari il neofita potesse ‘precisare’ subito le lettere! Se però questo gli risulta difficile, non deve lasciare il Ricordo, ma anzi deve collegarsi ad esso respingendo i pensieri disturbanti (khawātir), sino a che Allah non fa sì che il Ricordo con la lingua si trasformi in Ricordo col cuore.
Alla nuvola del bene appartiene un pioggia,
e quando viene il tempo favorevole, tu arrivi.
Allora, l’iniziato si trova a ricordare con la Presenza, e a ricordare molto, dopo che aveva ricordato poco.
Nelle Hikam, Ibn ‘Atā Allah dice: «Se Egli ti apre un orientamento (wijha) che fa parte del farsi conoscere (divino, ta‘arruf), non ti preoccupare se nello stesso momento la tua opera diminuisce. Egli infatti ti ha dato questa apertura per farsi conoscere da te. Non sai che il ‘farsi conoscere’ è il Suo pervenire a te, mentre le opere sono una tua offerta a Lui? E come si può paragonare la tua offerta a lui con il Suo pervenire a te?»
L’uomo non è in grado di giungere a un qualsiasi grado spirituale, o livello, senza che sia la provvidenza divina a prendersene cura. L’opera dev’essere compiuta, assolutamente, solo che non si deve fare affidamento su di essa. L’Inviato di Dio, su di lui la preghiera e la pace divine, disse: «Nessuno viene fatto entrare in Paradiso per la sua opera». Gli dissero: «Neppure tu, Inviato di Dio?» Rispose: «Neppure io, sennonché Allah mi ha protetto col Suo favore e con la Sua misericordia». (Lo tramanda Al-Bukhari). E l’Altissimo dice: «E se non fosse per il favore di Dio su di voi e la Sua misericordia, di voi neppur uno sarebbe puro giammai, ma Iddio purifica chi Egli vuole e Dio è ascoltatore sapiente» (Cor. XXIV, 21) […]
Si deve fare il dhikr senza interruzione, con sforzo e impegno, e il Ricordo discenderà dalla lingua al cuore, rafforzando la fede sino a farla diventare certezza. E il ricordare molto se riferito al dhikr con la lingua indica la quantità. C’è comunque una differenza di opinioni per quanto riguarda il molto; alcuni pensano ad una ‘quantità’ riferita al Ricordo della Presenza, o del cuore, pensando al versetto in cui è detto «Quando si levano per la Preghiera, si levano pigramente e solo per farsi vedere dalla gente, e non invocan che poco il nome di Dio» (Cor. IV, 142), e si intende il dhikr della dimenticanza. Altri invece pensano ad un molto di sostegno spirituale (madad).
Per quanto riguarda me, io penso che dall’iniziato che è nella stazione spirituale della ‘fede’ si richieda un molto quantitativo, e non di sostegno spirituale, e questo per il semplice motivo che egli non è in grado di effettuare il dhikr del cuore. Se invece è nella stazione della fede, il molto sarà un molto di ‘sostegni’ e non di numeri, dato che a quel livello parla, per mezzo della Presenza, con Allah. In un tale stato il Ricordo del cuore è un mezzo, e lo scopo è il trasferimento al Ricordo del segreto, il ché è l’obiettivo che intende l’autore delle Hikam, quando dice: «(E può darsi che elevi) dal Ricordo con la Presenza al Ricordo con il sottrarsi a ciò che è altro che il Ricordato. E questo non è certo difficile per Allah». E questo perché è continuamente con il Ricordato, e Lo osserva in ogni luogo, in ogni condizione, in ogni tempo, presente nell’Essenza, nelle azioni e negli attributi. Dice il Profeta, secondo quanto è riportato da Al-Bayhaqī: «La meditazione di un’ora è meglio dello star levati una notte intera». La meditazione infatti si può intendere come un’adorazione del cuore. E il nostro Tutore, Potente ed Eccelso, dice: «O voi che credete: invocate Iddio, invocateLo molto» (Cor. XXXIII, 41). Coloro invece che sono nella stazione spirituale della certezza, il loro dhikr è un Ricordo di aiuto divino nello stato spirituale (dhikr madadī bi l-hal): non ha forma, e non può essere misurato.
Ora, il cammino nello stato spirituale della certezza avviene con la Presenza con Allah. Ma quando viene la dimenticanza, si deve lasciare il dhikr? No, naturalmente. La perseveranza nel dhikr infatti allontana da te la dimenticanza del Ricardato, al punto che si testimonia l’esistenza di Colui della cui esistenza si era certi. Non lasciare il Suo Ricordo perché non hai Presenza con Lui, nel senso che il tuo cuore non ha Presenza con Allah. La benedizione del Ricordo infatti penetra, e si diviene ‘ricordanti’ e ‘presenti’ con Allah nello stesso momento.
A proposito delle parole «non ricordano Allah se non poco», alcuni dicono: il ‘poco dhikr’ è il dhikr fatto con la dimenticanza: anche se quantitativamente fosse ‘molto’, e qualsiasi cosa ‘donasse’, si interpreta comunque come ‘poco’. Viceversa, il ‘molto’ è il dhikr fatto con il cuore ‘presente’ al Ricordato, anche se fosse quantitativamente ‘poco’. Quello che penso io si basa sulle parole dell’Altissimo «Iddio non imporrà a nessun’anima pesi più gravi di quel che possa portare. Quel che si sarà guadagnata sarà a suo vantaggio e quel che si sarà guadagnata sarà a suo svantaggio» (Cor. II, 286). La differenza d’opinione si basa comunque sul fatto che chi è all’inizio della Via non è in grado di compiere il Ricordo con la Presenza. Infatti, una tale imposizione (di ricordare con la Presenza) sarebbe al di sopra delle forze: e un’imposizione al di sopra delle forze, benché possibile, non può aver luogo. Così, il murīd deve dunque compiere con la lingua molto dhikr, nel senso della quantità, sino a che la provvidenza divina non lo trasferisce dal Ricordo con la lingua al Ricordo col cuore, e in quel momento ha luogo un ‘molto’ di presenza col Ricordato. Così, il dhikr con la Presenza è ‘molto’, anche se fosse poco, mentre il dhikr con la dimenticanza è poco, anche se fosse molto. E «non ricordano Allah se non poco». Ecco, basandoci su questo noi richiediamo al murīd di ricordare il Nome senza limitarne la quantità, dato che Dio stesso non ne limita la quantità quando dice «O voi che credete: invocate Iddio, invocateLo molto»: non limita il ‘molto’ del dhikr, né come numero, né come condizione, né come luogo, né come tempo, né in nessun altro modo.
Per quanto riguarda poi il dhikr del segreto, è riservato a coloro ai quali Allah concede l’estinzione in Lui e la permanenza per mezzo Suo. E il loro dhikr non è sottoposto ad alcuna restrizione.
Gli iniziati hanno con l’Amato un segreto che non ha alcun limite,
e che nessuno al di fuori dell’Amato può contare.
In altre parole, le loro opere non si possono valutare, e non hanno alcuna limitazione. Non possono essere comprese né da un angelo che le scriva, né da un demone che le corrompa. Il valore delle loro adorazioni non lo conosce altri che Allah, e solo Allah è in grado di ripagarli. «Egli pagherà la loro mercede ai pazienti, senza misura» (Cor. XXXIX, 10). Grazie a Dio, è dal 1949 che io, in questo paese, chiamo Allah, e Lui solo. I peccati e le disobbedienze hanno influenza sui tutti e tre le stazioni spirituali descritte.
Tutto il Tasawwuf è educazione spirituale. Il Sufi porta un nome imponente. L’ottenimento è compito di chi è davvero intelligente. Che Allah sostenga noi e voi, e migliori il nostro stato, nella Religione e nel dunya. E fai godere tutti della Presenza nel dhikr in tutti i gradi.
Signore, assistici tutti, che possiamo essere nel novero di coloro che rispettano il Patto, e sono veritieri nella promessa.
Amen

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martedì 18 maggio 2010

Non hai idea di
quanto sia stato difficile trovare
un dono da portarTi.
Nulla sembrava la cosa giusta.
Che senso ha portare oro ad una miniera d'oro,
oppure acqua all'Oceano.
Ogni cosa che trovavo, era come portare spezie in Oriente.
Non Ti posso donare il mio cuore e la mia anima,
perché sono già Tue.
Così, Ti ho portato uno specchio.
GuardaTi e ricordami.

Rumi

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martedì 20 aprile 2010

Quando un anacoreta entra in una bettola, la bettola diventa la sua cella e quando un cliente assiduo delle bettole entra in una cella, quella cella diventa la sua bettola.
Hujwîrî

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mercoledì 14 aprile 2010

Il Calice ricolmo, di Abu Ali Al-Husayn


I
Forse un calice conico ricolmo di bevanda
brilla come la luce del mattino.

Come se avesse al centro un tizzone rovente
che lo infrangesse con le sue scintille.

Ricorda ciò che vedi, pensa alla meraviglia
dell’unione dell’acqua con il fuoco.

II
Non credere, la lacrima dell’occhio
ha la stessa sostanza del mio sangue,
è solo il mio respiro che la fa uscire fuori.

Il sangue è reso bianco dal calore
di un ardente tizzone:
se quel tizzone si dovesse spegnere,
tutto il mio sangue rimarrebbe rosso.

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mercoledì 10 marzo 2010

Contieni il torrente dell'estasi

Contieni il torrente dell’estasi
quando scorre impetuoso
affinché non provochi
vergogna e rovina.

Ma perché temere la rovina
Sotto le rovine si trovano tesori reali
Chi è sprofondato in Dio
Vuole scomparire in Lui.

Mentre è spinto su e giù
Dalle onde del mare chiede:
è più piacevole il fondo
o la superficie?
E’ più affascinante la freccia
O lo scudo dell’Amato.

O amico se fai differenza
Tra gioia e dolore
Queste menzogne ti lacereranno il cuore.

Benché i tuoi desideri sembrino dolci
L’Amico ti vuole senza desideri
Dovrai spogliarti tutto
Se vuoi compiacere l’amato.

La vita dei devoti
Sta nella morte,
l’Amato non ti donerà l Suo cuore
se tu non gli dai il tuo.

Rumi

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domenica 28 febbraio 2010

Il Rubino

Un'amata chiese all'amante:
"Chi ami di più, te stesso o me?".
"Dalla testa ai piedi sono diventato te.
Di me non rimane che il nome.
La volontà l'hai tu. Tu sola esisti.
io sono scomparso come una goccia d'aceto
in un oceano di miele".
Una pietra diventata rubino
è colma delle qualità del sole.
Niente della pietra vi resta.
Se ama se stessa, ama il sole;
se ama il sole, è se stessa che ama.
Non c'è differenza tra questi due amori.
Prima di divenire rubino la pietra è nemica
a sé stessa.
Non uno esiste, ma due.
La pietra è oscura e cieca alla luce.
Se ama sé stessa è infedele, si oppone
intensamente al sole.
Se dice "io" è solamente tenebra.
Un faraone si proclama divino e viene abbattuto,
Hallaj dice lo stesso ed è salvato.
Un io è maledetto, l'altro io benedetto.
Un io è una pietra, l'altro un cristallo.
Uno è un nemico della luce, l'altro la riflette.
Nell'intimo della propria coscienza , e non
mediante una dottrina,
è uno con la luce.
Lavora alle tue qualità di pietra
e diventa splendente come il rubino.
Pratica la rinuncia e accetta le difficoltà.
Vedi sempre la vita infinita nella morte dell'io.
La tua pietra scemerà, si accrescerà la tua natura
di rubino.
I segni dell'esistenza individuale lasceranno
il tuo corpo
e l'estasi ti prenderà.
Diventa tutto udito come un orecchio
e otterrai un orecchino di rubino.
Scava un pozzo nel centro di questo corpo,
o prima ancora che il pozzo sia scavato
lascia che Dio attinga l'acqua.
Impegnati sempre a raschiare la sporcizia dal pozzo.
A tutti quelli che soffrono
la perseveranza reca buona sorte.
Il Profeta ha detto che ogni prostrazione
in preghiera
è un colpo alla porta del cielo.
Se si continua a bussare,
la felicità rivela il suo volto ridente.
Rumi

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I punti cardinali sono cinque


Sei tu, qui,
il quinto punto cardinale.
Humberto Ak'Abal

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